Disturbi della condotta alimentare: quando una mela al giorno non basta

di Gabriele Tagliavia

 

 

“L’uomo è ciò che mangia”…

 

E’ una delle frasi più famose del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach che, grazie a questa breve affermazione, ha riassunto in maniera semplice e concisa l’intera ideologia materialista tedesca sorta nella prima metà del 1800.

E’ difficile immaginare che la nostra identità dipenda esclusivamente dai cibi che assumiamo ma è anche vero che questo semplice aforisma ci permette di riflettere sull’importanza che hanno nella nostra vita gli elementi esterni, quelli da cui, intenzionalmente oppure no, ci lasciamo influenzare.

Se facciamo lo sforzo di allontanarci un po' dal significato stretto della frase potremo soffermarci sull’impatto che il mondo esterno ha su di noi, sopratutto di ciò che deliberatamente invitiamo a far parte della nostra quotidianità.

Continui messaggi negativi veicolati dai telegiornali al solo scopo di fare audience, programmi dai contenuti culturalmente discutibili, social network, farmaci non strettamente necessari, relazioni nocive e distruttive, oggetti inutili che affollano le nostre case...tutto questo ha inevitabilmente la capacità di influenzare ciò che siamo.

Così come buone abitudini e valide relazioni possono renderci migliori, più felici.

Ritornando all’aspetto dell’alimentazione, è evidente che ciò che ci nutre definisce anche in parte ciò che siamo ed è il riflesso del nostro mondo interiore e dei nostri pensieri.

Vegetariani, vegani, crudisti...tutti loro esprimono con la loro scelta pensieri, intenzioni ed ideologie, sentendosi anche in minima parte responsabili di un cambiamento capace di rendere il mondo migliore.

Scelte alimentari, convinzioni, coinvolgimento sociale, tutto è strettamente correlato.

Chi siamo e ciò che mangiamo si influenzano a vicenda per definire in parte o del tutto la nostra identità nel mondo.

Ecco perché i disturbi della condotta alimentare sono patologie complesse che non riguardano semplicemente le nostre abitudini a tavola, ma descrivono un malessere che viene sperimentato dall’individuo nella sua totalità.

In questo articolo vi parlerò proprio di questi disturbi che rappresentano alcune tra le patologie psichiatriche più temibili con il più alto tasso di mortalità tra le affezioni mentali.

 

I disturbi della condotta alimentare

I disturbi della condotta alimentare sono un gruppo di patologie che includono:

  • l’anoressia,
  • la bulimia,
  • il binge eating disorder
  • e alcuni tipi di obesità

Queste patologie interessano prevalentemente i giovani e, in particolare, il sesso femminile più che maschile. Secondo le stime l’anoressia interesserebbe 2,9 milioni di pazienti l’anno e colpirebbe il genere femminile 10 volte più frequentemente rispetto a quello maschile.

L’esordio avviene spesso in adolescenza, epoca di profondi interrogativi e cambiamenti fisici e, se non opportunamente riconosciuto e trattato, il disturbo può diventare cronico e protrarsi per tutta la vita.

I casi più gravi possono condurre il paziente al decesso per insufficienza cardiaca.

I vari disturbi della condotta si differenziano tra loro per i diversi aspetti patologici con cui l’individuo si relaziona con il cibo e con la propria immagine corporea.

Se prendiamo in esame l’anoressia possiamo notare tre manifestazioni sintomatologiche cardine:

  1. alterata assunzione di alimenti con la possibile concomitante presenza di condotte definite di eliminazione (vomito, intensa attività sportiva, uso eccessivo di lassativi e diuretici,...)
  2. paura intensa di prendere peso ed ingrassare
  3. alterazioni della percezione del proprio corpo e della propria immagine, a volte accompagnata da sintomi allucinatori o deliranti

Queste tre alterazioni principali possono essere poi accompagnate da una serie di altri sintomi che dipendono in larga parte dai tre aspetti sopraelencati.

Si possono presentare concomitanti sintomi psichiatrici come depressione e ansia, o possono evidenziarsi disturbi di carattere somatico come alterazioni del ciclo mestruale, alterazioni endocrine e cutanee, astenia e, nelle fasi più avanzate, alterazioni del ritmo cardiaco fino all’insufficienza cardiaca e al decesso.

Una percentuale di decessi è legata agli aspetti depressivi della patologia con l’attuazione da parte del paziente di condotte suicidarie.

Ciò che però rende queste patologie realmente temibili da parte dello specialista e della famiglia è il mancato riconoscimento da parte del paziente del disturbo fino ad uno stadio avanzato, quando le probabilità di riuscita di un intervento terapeutico si riducono sensibilmente.

Questa mancata diagnosi precoce è spesso condizionata dalla mancanza di consapevolezza del disturbo da parte del paziente stesso che, fondamentalmente, si ritrova in sintonia con queste condotte senza desiderare e manifestare l’intenzione di modificarle.

E’ proprio la mancanza di collaborazione da parte del soggetto a rendere queste patologie difficilissime da diagnosticare e trattare.

 

Possibili cause

Le cause che sottendono l'insorgenza di queste patologie sono varie.

Come spesso accade nei disturbi psichiatrici è difficile se non impossibile attribuire al disturbo un singolo elemento scatenante ma è spesso la concomitanza di più fattori a determinare la presenza della patologia.

I principali fattori coinvolti sono:

  • Fattori genetici

Diversi studi confermano la presenza di una predisposizione genetica alla base di questi disturbi.

I gemelli che condividono lo stesso patrimonio genetico presentano una probabilità molto più elevata di presentare la patologia se il fratello è affetto, così come i parenti più stretti.

Sono stati identificati diversi geni e diversi meccanismi biochimici alterati che potrebbero essere correlati a questo genere di patologie ma la ricerca è ancora lontana dal poter identificare una singola mutazione responsabile.

  • Fattori somatici

Complicanze pre o perinatali, alterazioni dello sviluppo corporeo, disregolazioni neuroendocrine e patologie gastrointestinali possono essere condizioni favorenti l’insorgenza di disturbi della condotta alimentare. Sopratutto l’aspetto ormonale sembra giocare un ruolo chiave nella patologia, motivo per cui l’adolescenza rappresenta il periodo della vita più critico in cui i primi sintomi possono manifestarsi.

  • Fattori Psicologici – Sociali

L’aspetto psicologico svolge un ruolo altrettanto importante tra le cause d'insorgenza della patologia, spesso è uno dei più rilevanti.

L’anoressia in particolare è stata correlata con la presenza in età infantile di traumi di natura psicologica o fisica.

Secondo alcune teorie traumi particolarmente intensi o ripetuti nella fase di sviluppo fisico e psicologico causerebbero un’incapacità nella gestione delle proprie emozioni difficili e dei propri stati d’animo. Le condotte alimentari rappresenterebbero in questo caso un meccanismo di compenso: se non posso avere controllo sulle mie emozioni posso almeno avere controllo su ciò che mangio.

Ovviamente questo è solo uno dei tanti modi in cui è possibile interpretare tali condotte.

La mancanza di autostima o figure genitoriali non idonee possono essere altri aspetti da valutare tra le cause d’insorgenza del disturbo.

Così come non vanno dimenticati gli aspetti sociali che contribuiscono a generare la patologia.

Diete, modelle magrissime e pubblicità ingannevoli...tutto ciò contribuisce a creare punti di riferimento pericolosi, ancor di più per chi è psicologicamente fragile.

Non a caso è stata riscontrata una maggiore incidenza di disturbi della condotta alimentare proprio in chi svolge il lavoro di modella e nelle ballerine professioniste.

 

I trattamenti a disposizione: lavoro di squadra

Il primo passo necessario per impostare un valido progetto terapeutico è il riconoscimento da parte del paziente e dei familiari della presenza di condotte patologiche.

Solitamente questo passo è proprio il più difficile.

Rispetto ad altre patologie psichiatriche, i disturbi della condotta alimentare vengono raramente riconosciuti da parte del paziente e il più delle volte i sintomi vengono tenuti nascosti a parenti ed amici.

Magari le variazioni di peso non sono così evidenti, le condotte di eliminazione vengono abilmente camuffate e il disturbo può rimanere sconosciuto per anni fino ad assumere carattere di cronicità.

Proprio per questo motivo acquisire consapevolezza del disturbo è essenziale per iniziare un percorso terapeutico che diventa sempre più complesso se la patologia è riconosciuta troppo tardi.

La terapia si basa su interventi integrati di più specialisti.

E’ necessaria la presenza di figure come lo psichiatra, lo psicoterapeuta, un esperto in alimentazione e nei casi più gravi anche di un medico internista che si prenda cura delle conseguenze organiche del disturbo.

Lo psichiatra può avvalersi di strumenti farmacologici in grado di alleviare la sofferenza psichica del paziente e contribuire quindi al buon esito del processo terapeutico.

Nel percorso sono utilissimi anche i consigli di un esperto dell’alimentazione, capace di guidare il paziente verso una graduale ripresa della propria alimentazione senza comprometterne la salute fisica.

Lo psicoterapeuta in questo contesto ha un ruolo chiave: terapia individuale e familiare dovrebbero intrecciarsi tra loro per garantire un sostegno valido a pazienti e familiari.

Mentre il paziente necessita di un cammino di riscoperta del proprio rapporto con il cibo e il valore simbolico del proprio gesto, i familiari possono capire come essere di sostegno al processo terapeutico e come intervenire nel creare un contesto familiare idoneo alla guarigione.

E’ attraverso l’integrazione di tutti questi interventi che viene costruito il percorso terapeutico, studiato necessariamente a misura del paziente e del contesto socio-familiare da cui proviene.

Proprio in virtù di questo approccio multidisciplinare sono presenti sul territorio diverse strutture a carattere residenziale capaci di ospitare pazienti in condizioni particolarmente gravi garantendo la presenza di tutti gli specialisti necessari al sostegno di queste condizioni.

Sono soluzioni riabilitative da tenere in considerazione nel caso in cui gli altri interventi siano stati inefficaci nel migliorare la qualità di vita del paziente.

 

Nel mio breve percorso da specializzando ho affrontato raramente mostri come l'anoressia o la bulimia, ma in quei pochi casi ho condiviso con il paziente parte della loro sofferenza e del senso di costrizione che provano.

Purtroppo, nonostante i pazienti possano restare caparbiamente ancorati al loro disturbo, la patologia non è mai determinata da una libera scelta.

Nessuno decide di diventare anoressico o di dedicarsi alle abbuffate: sono strade intraprese perché in quel momento e in quella fase della vita sembrano le più comode, lo strumento migliore per ottenere nuovamente una parvenza di controllo.

A lungo andare, però, è proprio quel bisogno di controllo che si ribella al proprio padrone, conducendo il paziente all'autodistruzione.

Credo si abbia troppa paura perfino di parlare di questi argomenti, vorremmo far finta che non esistano.

Ma più nascondiamo la polvere sotto il tappeto e più si accumula, cresce la paura e la sofferenza dei pazienti si moltiplica in un mondo in cui il loro comportamento è temuto e giudicato.

La sfida della futura psichiatria comporta certamente un maggiore impegno nel essere e rendere consapevoli pazienti e società dell'importanza e dell'impatto di questo tipo di patologie.

Prestare attenzione è sicuramente il primo passo necessario per migliorare la nostra capacità di trattare e prenderci cura di questi pazienti da ogni punto di vista.

 

Grazie per aver letto questo articolo!!!

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Grazie per la lettura e a presto,

Gabriele

 


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