Neuromodulazione non invasiva: le nuove frontiere della terapia cerebrale

di Gabriele Tagliavia

 

 

Fortunatamente l’era dei manicomi è finita.

 

Non che io fossi presente durante quel periodo storico, ma le cronache e le storie di chi l’ha vissuto mi hanno permesso di farmi un’idea molto chiara di come fosse la situazione all’epoca.

La malattia mentale è sempre stata oggetto di stigma, cioè della "pessima opinione comune" che, difficile da eradicare, ha reso ancora più complicata la vita dei coloro che già soffrono questo tipo di patologie.

Se oggi i pazienti possono vivere in famiglia o in libertà è anche grazie all’avvento della psicofarmacologia.

La scoperta di sostanze capaci di ridurre l’ansia, risollevare o stabilizzare l’umore, ridurre la presenza di deliri e allucinazioni, ha reso realmente la vita dei pazienti più semplice e ha permesso loro di condurre vite sociali più appaganti.

Se avete letto alcuni dei miei precedenti articoli sapete già che non sono un grande stimatore di psicofarmaci.

Non fraintendete: sono consapevole della loro utilità e sono veramente indispensabili nelle situazioni in cui è più opportuno assumerli.

Sfortunatamente, nonostante i progressi della scienza, questi principi attivi hanno tuttavia una serie di controindicazioni che li rendono inutilizzabili in certi casi e non sempre pienamente efficaci.

La ricerca va avanti, quella sugli psicofarmaci è particolarmente lenta ma, sopratutto in questi anni, ha permesso la commercializzazione di nuove molecole dotate di pari efficacia e minori effetti collaterali.

Ma esiste anche un ramo della ricerca scientifica che si sta dedicando ad un approccio completamente diverso, capace di intervenire sulle patologie psichiatriche (e non solo) minimizzando gli effetti collaterali e incrementando sensibilmente la probabilità di successo della terapia.

In America queste tecniche sono ampiamente utilizzate, in Italia stanno iniziando a diffondersi soltanto di recente ed unicamente in pochi centri specializzati.

Mi riferisco alla Neuromodulazione cerebrale non invasiva.

 

Di cosa si tratta?

 

La neuromodulazione non invasiva è un insieme di tecniche il cui scopo è quello di modulare o modificare l’attività cerebrale attraverso metodiche non invasive, cioè che non comportano interventi chirurgici o operazioni sul corpo umano eccessivamente drastiche.

Pensate che parte di queste tecniche possono essere effettuate da personale non medico e il paziente è in grado, al termine della seduta, di tornare tranquillamente e in autonomia a casa propria.

Immagino che, sebbene sia presente la dicitura “non invasiva”, l’idea di un dispositivo capace di modificare l’attività del nostro cervello può destare dubbi e preoccupazioni.

Magari si può erroneamente pensare che modificare il cervello con queste tecniche possa significare cambiare carattere o personalità.

Sono tutte preoccupazioni lecite per chi non è “addetto ai lavori” ma la realtà è ben diversa. Cercherò in questo articolo di spiegarvi quali incredibili risorse si celano dietro alla neuromodulazione e perché queste saranno con molta probabilità le terapie del futuro.

 

Il cervello si modifica continuamente

Un tempo era opinione comune anche in ambito scientifico l’idea che il cervello fosse un organo immutabile.

I neuroni sono stati definiti in passato cellule perenni proprio allo scopo di descrivere questa caratteristica stabilità e staticità dell’organo cerebrale.

Inoltre, si riteneva che il numero di cellule neuronali fosse costante e, oltre l’epoca dello sviluppo, non ci fosse alcun tipo di attività replicativa.

Questo ha implicato per anni l’idea che ogni perdita neuronale fosse definitiva e irrimediabile.

Oggi le neuroscienze hanno ampliato le nostre conoscenze in materia permettendoci di comprendere meglio il funzionamento e la struttura di questo organo così complesso.

Ebbene, molti miti sono stati sfatati.

Oggi si parla di Neuroplasticità, cioè della capacità del cervello di cambiare e adattarsi, per quanto possibile, al contesto e ai bisogni dell’individuo.

E questa abilità è presente per tutta la vita.

Il cervello quindi si modifica in continuazione!!!

Un semplice esempio di questa caratteristica lo ritroviamo nella nostra capacità di apprendere e ricordare.

Ogni nuova abilità o ricordo è legato ad una modifica dei circuiti neuronali: nuove connessioni e nuovi neuroni ci permettono di aggiungere caratteristiche all’esperienza soggettiva della nostra vita.

Ma, oltre a ricordi e apprendimenti, questa plasticità è stimolata da moltissimi elementi della nostra vita quotidiana.

Di fatto ogni relazione umana che sia significativa o importante per noi modifica il nostro cervello. Possiamo notarlo anche noi, senza necessariamente essere esperti in neuroscienze.

Un’amicizia, una storia d’amore, una delusione, un trauma...nel bene o nel male le nostre esperienze cambiano il nostro modo di pensare e funzionare, così come le nostre connessioni cerebrali.

Oso di più: i libri che leggiamo o scriviamo, la musica che ascoltiamo o che creiamo, il numero di ore trascorse davanti a tv e smartphone, l’attività fisica che svolgiamo, le sostanze che assumiamo...tutto ciò influenza la struttura del nostro cervello.

Spesso questa plasticità ci da un vantaggio nella vita di tutti i giorni, ci rende più adattabili e pronti ad affrontare le sfide della vita.

Purtroppo ci sono dei casi in cui brutte esperienze, relazioni malsane, abitudini nocive o predisposizioni genetiche possono modificare il nostro cervello in senso negativo, portandoci a sperimentare sofferenze che necessitano di un intervento di tipo medico.

 

Ma in che modo il nostro cervello si modifica nella sofferenza mentale?

 

Le aree della sofferenza mentale

Gli studi scientifici che negli ultimi anni hanno indagato il funzionamento del cervello hanno scoperto che esistono determinate aree cerebrali che risultano compromesse o, più precisamente, presentano un funzionamento alterato rispetto ai soggetti sani nelle diverse patologie di tipo psichiatrico.

La ricerca è ancora in corso ma questi studi ci hanno permesso di capire realmente da dove derivi parte della sofferenza che caratterizza il disagio mentale sebbene sia ancora impossibile definire un area specifica responsabile (ammesso che ne esista solo una).

Sembrerebbe che una delle aree maggiormente coinvolte nella patologia psichica sia una zona specifica del cervello umano chiamata corteccia prefrontale.

E’ la parte del cervello più evoluta ed è sede di quelle funzioni superiori tipiche dell’essere umano. Tra le tante funzioni che svolge, una in particolare è coinvolta nei processi emotivi e strettamente psicologici: la corteccia prefrontale è sede della regolazione emotiva.

Quando il nostro cervello è preda di emozioni forti come l’ansia, la depressione, il panico la porzione prefrontale del cervello agisce come inibitore aiutandoci a regolare queste emozioni e ad agire con maggiore libertà.

Ecco perché in determinate patologie come quelle inerenti l’umore (depressione e ansia per esempio) questa parte del cervello sembra essere meno attiva venendo meno alla sua funzione di regolare le nostre emozioni.

E’ proprio su queste conoscenze scientifiche che si basa l’intervento di neuromodulazione non invasiva che vi descriverò nel prossimo paragrafo.

 

Le nuove tecnologie

La metodiche di neuromodulazione non invasiva sono state inizialmente progettate con il solo scopo di ricerca.

Tramite la stimolazione elettrica o magnetica di determinate aree cerebrali è stato possibile comprendere la funzione e la struttura del cervello con maggiore precisione e accuratezza.

Solo in un secondo momento queste tecniche si sono evolute in senso terapeutico.

Infatti dopo vari studi i ricercatori hanno realizzato che queste metodiche potevano portare benefici anche alla salute dei soggetti sottoposti al trattamento.

Tuttavia la stimolazione doveva avere questo tipo di caratteristiche: doveva interessare aree specifiche del cervello ed essere ripetuta nel tempo.

Inizialmente le prime applicazioni riguardarono l’ambito neurologico, solo negli ultimi anni si sono ulteriormente estese all’ambito psichiatrico ottenendo notevoli successi.

Ad oggi la neuromodulazione può essere effettuata principalmente attraverso due dispositivi particolari: TdCS e TMS.

TdCS, ovvero la Stimolazione Transcranica a Corrente Diretta, sfrutta una corrente elettrica diretta e a basso voltaggio per stimolare in senso inibitorio o eccitatorio le varie aree interessate promuovendo o riducendo l’attività cerebrale nelle zone target. Tramite la semplice applicazione di due elettrodi sulla cute è possibile effettuare questo tipo di terapia che è priva di effetti collaterali e per lo più indolore (i pazienti riferiscono un senso di calore, niente più).

TMS, cioè Stimolazione Magnetica Transcranica, è una tecnica più complessa ma più efficace che sfrutta impulsi di natura magnetica per stimolare punti ancora più specifici della corteccia cerebrale.

Questa tecnica, per la sua maggiore complessità, può essere effettuata solo da personale medico o, in ogni caso, con la supervisione di un clinico.

Anche in questo caso gli effetti collaterali sono minimi e la maggior parte dei pazienti non riferisce particolari fastidi.

Entrambe queste tecniche, però, non portano benefici istantanei.

Le terapie sono strutturate come cicli di stimolazioni giornaliere della durata di 15-30 minuti per 15/20 giorni, a volte anche più, e necessitano di richiami via via sempre più diluiti nel tempo.

Solitamente mi piace paragonare queste terapie al processo di memorizzazione di una nuova poesia.

Per ricordare a memoria tutti i versi va letta più e più volte, meglio se giornalmente. Una volta imparata però non va abbandonata ma riletta ogni tanto a distanza di tempo. Solo così quella bellissima poesia potrà rimanere nella nostra memoria finché lo desideriamo.

Allo stesso modo funziona la modulazione cerebrale, insegnando alle nostre reti neurali nuovi modi per funzionare giorno per giorno fino a quando quella nuova via di attivazione diventa naturale e appresa.

 

Conclusioni

Ogni patologia presenta protocolli specifici di stimolazione.

Attualmente, nonostante i tantissimi risultati ottenuti dalla ricerca in senso positivo, esistono soltanto pochi protocolli veramente validati dalla comunità scientifica ma, ogni anno, vengono sperimentati nuovi protocolli efficaci in attesa di validazione.

Tra i trattamenti esistenti l’OMS ha validato un protocollo specifico per la depressione che promette risultati sovrapponibili al trattamento con psicofarmaci!!!

Il mondo della neuromodulazione apre prospettive innovative e promettenti e ci consente di sbirciare al futuro della psichiatria con maggiore ottimismo.

Quello che mi auguro è che la ricerca punti molto più su questo tipo di terapie che, sebbene meno "convenienti" per le case farmaceutiche, danno la possibilità ai pazienti di scegliere e integrare tra strategie terapeutiche diverse al fine di migliorare con maggior successo le proprie condizioni di salute.

 

Grazie per aver letto questo articolo!!!

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Grazie per la lettura e a presto,

Gabriele

 


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