Psicofarmacologia: critiche e considerazioni dal lavoro sul campo

di Gabriele Tagliavia

 

 

Al termine della mia fase formativa come medico mi sentivo un contenitore pieno di concetti e acquisizioni teoriche, ma non mi sentivo assolutamente in grado di svolgere il lavoro per il quale avevo faticosamente studiato nei precedenti sei anni.

Purtroppo il percorso di studi della mia università, sebbene mi fosse servito a creare delle solide basi teoriche, mi aveva lasciato assolutamente impreparato nei confronti della pratica reale, impreparato nel gestire la relazione con la sofferenza dei miei pazienti.

Certamente gran parte di quei disagi erano prevedibili: mi stavo timidamente avvicinando senza rete ad una realtà di cui non avevo alcuna esperienza.

Mi sarei dovuto necessariamente "fare le ossa" sul campo per costruire gli strumenti necessari a svolgere il mio lavoro, sopratutto se desideravo farlo a modo mio.

 

Una delle prime difficoltà che ho incontrato è stata proprio nel rapporto con i farmaci.

Ci sono stati colleghi che sono riusciti sin da subito a destreggiarsi tra posologie ed effetti collaterali senza problemi, per non parlare della fase di memorizzazione di tutti i principi attivi e nomi commerciali.

 

Per me non è stato così semplice.

 

Oltre alle difficoltà mnemoniche che mi contraddistinguono non riuscivo a non pensare che quella prescrizione potesse danneggiare più che aiutare, a maggior ragione in virtù della mia inesperienza.

Dopo un po' di pratica, però, capì meglio le mie paure e mi permisi di consigliare qualche medicamento in più ai miei pazienti.

Non ho mai amato la prescrizione facile ma mi sono reso conto che in certe circostanze è assolutamente necessario affrontare i rischi per un beneficio superiore.

Perché non possiamo nasconderlo: i rischi, anche se minimi, ci sono sempre…

 

Quando finalmente credevo di aver capito il meccanismo e pensavo di aver trovato un equilibrio nel mio lavoro mi è accaduto un evento assolutamente positivo ma che è stato capace di rimettere nuovamente in discussione il mio rapporto con la farmacologia: l’ingresso alla scuola di specializzazione in Psichiatria.

 

La psicofarmacologia è tutto un altro mondo.

 

I principi attivi utilizzati in ambito psichiatrico hanno indicazioni del tutto particolari, posologie non sempre coerenti con la logica, effetti collaterali imprevedibili e spesso completamente opposti da persona a persona.

Vi basti pensare che ad oggi il loro meccanismo d’azione è soltanto teorizzato, sebbene le teorie siano ormai molto vicine alla realtà dei fatti.

Inoltre sono farmaci fortemente dibattuti dal mondo scientifico e, sopratutto, dall’opinione pubblica: aleggia ancora nell’aria l’idea che siano del tutto inefficaci o addirittura dannosi.

Nonostante ciò restano in assoluto la classe farmacologica più prescritta da specialisti e medici di base.

Insomma, il mio nuovo percorso di studi ha ancora una volta scosso le mie fragili fondamenta spingendomi a pormi più e più volte la stessa domanda: è davvero questa la soluzione migliore per aiutare i pazienti a stare meglio?

Dopo quattro anni di studi e pratica in ambito psichiatrico ho accumulato una piccola esperienza che mi ha condotto a costruirmi un’idea mia della psicofarmacologia, un’idea non necessariamente originale ma coerente con il mio modo di vedere la medicina, strumento di aiuto e supporto alla sofferenza delle persone.

 

Gli psicofarmaci non servono a nessuno...ma li vogliono tutti!

Uno dei primi problemi legati alla psicofarmacologia è l’idea che i pazienti hanno rispetto a questo tipo di sostanze.

Da questo punto di vista quando si propone una terapia di questo tipo le reazioni dei pazienti possono essere di due tipi:

  1. "Io non ho bisogno di queste cose!!!"
  2. "La prego non mi tolga quelli che già prendo!!!"

Inizialmente gran parte del lavoro dello psichiatra sta nel convincere: convincere i primi della loro reale necessità ad assumere una terapia e i secondi dell’assoluto e urgente bisogno di disintossicarsi dalle loro stesse medicine.

In pratica convincere, spiegare, motivare, spronare, litigare costituiscono il 50% (forse anche più) delle competenze da coltivare per chi desidera avere a che fare con questo mondo.

 

E’ inevitabile.

 

Ci sarà sempre il paziente che, convinto di non aver bisogno di nulla, cercherà di opporsi o, peggio, simulare l’assunzione dei farmaci per poi nasconderli, sputarli, darli a quel povero cane che presto o tardi inizierà a sbandare come un marinaio ubriaco su una nave in mezzo al mare.

Dall’altra parte ci sono gli affezionati, i tifosi, quelli che “toglietemi tutto ma non il mio xanax”.

E anche per loro il lavoro di persuasione è fondamentale per aiutarli a capire ciò che può realmente aiutarli da ciò che li sta portando a conseguenze pericolose per la propria salute.

 

L'unica cosa certa è che funzionano...forse

Altro aspetto a rendere la psicofarmacologia una scienza ancora “immatura” è quello legato all’effettivo meccanismo d’azione di ogni classe farmacologica.

Esistono farmaci i cui effetti sulla fisiologia umana sono ben noti, altre classi in cui tali meccanismi sono solo ipotizzati.

Prendiamo per esempio i principi attivi appartenenti alla classe degli stabilizzanti del tono dell’umore.

Il più studiato e probabilmente uno dei più efficaci è il Litio, la cui attenta assunzione previene le tipiche alterazioni del tono dell’umore in chi soffre di Disturbo bipolare.

Il meccanismo d’azione del Litio è ancora oggetto di studi: si ritiene che, in parte, regolarizzi il funzionamento delle membrane cellulari e, altro aspetto importante, promuova la formazione di nuove connessioni tra neuroni. Come tutto ciò sia legato all’effetto stabilizzante sulle alterazioni del tono dell’umore non è stato però chiaramente spiegato.

Si potrebbe citare ancora il caso degli antidepressivi.

Se non lo sapete già gli antidepressivi hanno due caratteristiche che li rendono dei farmaci abbastanza unici e particolari: funzionano in un numero relativamente ridotto di casi e sono necessarie almeno due settimane per apprezzare i loro effetti terapeutici sull’umore.

Più volte durante la mia breve carriera, in seguito alla prescrizione di un antidepressivo, mi sono chiesto: ma è stato il farmaco o il tempo a far migliorare quel mio paziente?

In ogni caso, a mio avviso, tutte queste difficoltà e incomprensioni svaniranno nel giro di pochi anni quando la ricerca arriverà al punto tale da capire appieno la causa delle patologie psichiatriche.

In fondo il reale problema della psicofarmacologia è questo: si pone l’obiettivo di sconfiggere un nemico ancora sconosciuto.

Quando sarà veramente chiara l’origine organica di questi disturbi allora sarà realmente possibile creare strumenti validi per il loro trattamento.

 

Cura o guarigione?

Ma gli psicofarmaci curano davvero le patologie psichiatriche?

Quando si valuta l’efficacia di un farmaco gli studi tendono a comparare i risultati ottenuti con un gruppo cosiddetto di “controllo”.

Questo gruppo non assume il farmaco oggetto dello studio ma potrebbe essere trattato o con un farmaco la cui efficacia è già nota o con il famosissimo placebo.

Il placebo, per i più profani, è una sostanza che, all’insaputa del soggetto che la assume, è priva di principio attivo.

Quindi un placebo può essere costituito da acqua, zucchero, caramelle, gocce di succo di frutta e chi più ne ha più ne metta.

Negli studi scientifici la percentuale di pazienti che guariscono tramite placebo non è mai zero!!!

C’è sempre, cioè, una discreta quantità di pazienti che con dosi variabili di acqua, zucchero, caramelle, gocce di succo di frutta, etc...guarisce.

Per alcuni antidepressivi questa percentuale può aggirarsi intorno al 30%, cioè circa 1 paziente su 3!!!

Questo però non vuol dire che i farmaci siano inutili.

Il gruppo che negli studi convalidati assume il farmaco correttamente ha sempre un miglioramento delle proprie condizioni di salute, certamente superiore all’effetto placebo. Altrimenti quel farmaco non può venir commercializzato e venduto.

 

Ma volevo porre la vostra attenzione anche su un altro punto fondamentale.

Quando chi soffre d’ansia assume un tranquillante e si sente meglio, ha veramente risolto i suoi problemi con l’ansia? Chi soffre di depressione ricorrente e si limita alla terapia farmacologica ogni volta che l’umore va giù ha veramente risolto i suoi problemi di depressione?

Esistono patologie per cui la terapia farmacologica è fortemente consigliata, anche a vita, perché senza quella terapia il disturbo tende inevitabilmente a tornare.

Mi riferisco allo spettro delle psicosi croniche e ai disturbi bipolari.

Ma, in ogni caso, la psicofarmacologia offre sollievo solo dai sintomi e raramente intacca la causa reale che ha portato il paziente a soffrire di quella determinata patologia.

E’ come, durante un’infezione virale, una compressa di paracetamolo: riduce la temperatura ma non eradica il virus.

Aiuta certamente ma non elimina il problema.

Quindi cercate per quanto vi è possibile di vedere e ricorrere a questo tipo di terapie in quest’ottica: sono un sostegno spesso indispensabile ma raramente risolvono completamente le cause del disagio che state vivendo.

 

Conclusioni

In conclusione il mio consiglio è questo: meglio non contare unicamente sulla terapia farmacologica, meglio non fare affidamento solo sulle pillole magiche.

Ma non sto neanche affermando che la semplice forza di volontà sia sufficiente a risolvere qualunque disagio psichico.

Per me è ormai inevitabile considerare la salute mentale (e probabilmente anche quella fisica) come un percorso da intraprendere passo dopo passo, certamente anche con l’aiuto di una figura professionale capace con le sue competenze di dare indicazioni e direzioni adeguate al vostro problema.

Inoltre i farmaci non sono l’unica soluzione.

Moltissime linee guida suggeriscono la psicoterapia come primo intervento per il trattamento della maggior parte delle patologie psichiatriche e la scienza della neuromodulazione non invasiva si sta sviluppando giorno dopo giorno.

Il tutto per offrire una libertà che, a mio avviso, dovrebbe essere alla portata di tutti: la libertà di scegliere il metodo migliore per percorrere la strada verso la salute.

 

Grazie per aver letto questo articolo!!!

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Grazie per la lettura e a presto,

Gabriele

 


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