Antidepressivi: quali limiti e alternative?

di Gabriele Tagliavia

 

 

La Depressione è tra le patologie più invalidanti di questo decennio.

 

Lo afferma l’Organizzazione Mondiale della Salute e le statistiche parlano chiaro: i casi sono in continuo aumento (stimati intorno ai 300 milioni l’anno) e circa 800 mila persone decidono di togliersi la vita a causa delle profonde sofferenze causate da questa patologia.

Questo fenomeno, che sta assumendo sempre più l’aspetto di una pandemia, ha spinto ricercatori e case farmaceutiche a trovare terapie sempre più efficaci e sicure per trattare la depressione e alleviare i suoi sintomi.

Negli anni sono state commercializzate diverse molecole e, man mano che gli studi hanno svelato sempre più dettagli sulle alterazioni patologiche dei pazienti affetti, la loro efficacia è aumentata così come la loro sicurezza.

Nonostante ciò la ricerca ci svela che gli antidepressivi funzionano realmente solo in un caso su tre e la loro azione richiede del tempo per essere clinicamente evidente.

In questo articolo ti parlerò di Antidepressivi e ti aiuterò a capire quali sono le possibili alternative non farmacologiche per migliorare l’umore e prevenire le ricadute...anche con la Mindfulness ;)

 

Cenni storici

Così come altre classi di psicofarmaci anche gli antidepressivi sono stati scoperti per caso.

Nei primi anni ‘50, in un sanatorio di New York, i medici si accorsero che i pazienti con tubercolosi che assumevano Iproniazide mostravano particolare euforia e felicità, un effetto certamente non atteso da parte del personale sanitario. Di quell'episodio abbiamo testimonianza attraverso un'emblematica foto raffigurante le pazienti del sanatorio che ballavano gioiose nelle stanze comuni della struttura.

Iproniazide è stato il primo composto della classe farmacologica delle IMAO (inibitori delle monoaminoossidasi) ad essere commercializzato come antidepressivo.

Pochi anni dopo, nel tentativo di sintetizzare un nuovo farmaco per il trattamento della schizofrenia, un gruppo di ricercatori scoprirono le proprietà antidepressive di una molecola chiamata Imipramina che, possedendo un meccanismo d’azione differente, fu l’apripista di una classe farmacologica nuova: i Triciclici.

Questi possedevano maggiore efficacia e meno effetti collaterali rispetto agli IMAO sebbene ad oggi vengano usati di rado proprio a causa dei numerosi  effetti avversi.

Con l'acquisizione di nuove informazioni circa i meccanismi farmacologici e le alterazioni cerebrali dei pazienti affetti da depressione, dagli anni '80 in poi vennero commercializzati una serie di farmaci con un maggior grado di tolleranza e minori effetti collaterali.

Questi farmaci appartengono alla classe degli SSRI o Inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e sono attualmente tra i composti maggiormente impiegati nella pratica clinica.

Negli ultimi anni sono nati anche nuovi principi attivi e nuove classi farmacologiche con l’intento di migliorare il più possibile la tolleranza e l’efficacia del trattamento.

Sono state prodotte molecole con meccanismi d’azione misti (NaRI, NaSSa, SNRI) e i più recenti farmaci hanno effetti cosiddetti multimodali agendo, cioè, attraverso più strategie combinate.

Ad oggi la ricerca scientifica si sta dedicando allo studio di sempre nuovi farmaci (come la Ketamina) nella speranza di aumentare le probabilità di successo della terapia.

Questo impegno nasce dalla considerazione che purtroppo, ad oggi, anche la terapia farmacologica ha una percentuale di successo relativamente bassa se paragonata a trattamenti consolidati di altre patologie.

Nel prossimo paragrafo ti spiegherò il perché…

 

Meccanismo d'azione

I farmaci Antidepressivi, secondo le evidenze riscontrate in ambito clinico e di ricerca, devono la loro azione antidepressiva agli effetti di modulazione dei trasmettitori presenti a livello cerebrale chiamati neurotrasmettitori.

Finora non è stato possibile identificare con certezza quale sia l’alterazione cerebrale specifica a causare i sintomi depressivi ma vi sono varie ipotesi.

Una di queste, probabilmente la più accertata, attribuisce l’insorgenza della depressione ad un’alterazione della quantità o qualità di queste particolari sostanze.

Nello specifico sembrerebbe che i neurotrasmettitori coinvolti siano la Serotonina e la Noradrenalina e, in misura non ancora chiara, la Dopamina, l'Acetilcolina e il Glutammato.

Come ti anticipavo gli antidepressivi svolgono azione di modulazione su queste sostanze ristabilendo l’equilibrio fisiologico e riducendo la sintomatologia depressiva.

Anche se questa ipotesi è stata approfonditamente accertata e studiata negli anni, i farmaci antidepressivi presentano particolari caratteristiche apparentemente in contrasto con queste teorie.

Il tempo di insorgenza dell’effetto terapeutico, per esempio, non è immediato ed è possibile che siano necessarie dalle due alle quattro settimane prima che si possa apprezzare un miglioramento dei sintomi.

Ecco perché ad oggi sta prendendo campo una nuova teoria per cui si sospetta che questi farmaci abbiano un effetto maggiore sul meccanismo della neuroplasticità piuttosto che su quello modulatorio dei neurotrasmettitori.

Si ipotizza infatti che questi farmaci promuovano la crescita di nuove sinapsi, cioè nuove connessioni tra i neuroni del nostro cervello. Nuove connessioni implicano un funzionamento migliore delle nostre reti di neuroni e, quindi, un maggiore stato di benessere.

Ma per creare nuove connessioni ci vuole tempo, ed è per questo che gli antidepressivi necessitano di più tempo per funzionare.

Nonostante le tante evidenze e la quantità di studi la terapia farmacologia presenta ancora ad oggi tanti limiti che la ricerca dovrà cercare di superare.

Ma quali sono questi limiti e cosa possiamo fare noi per tentare di superarli?

 

I limiti della terapia antidepressiva

Gli antidepressivi possiedono una serie di limiti che rendono queste molecole di difficile gestione.

Te ne elenco qui alcuni ma con una preghiera: se in questo momento stai assumendo antidepressivi NON SOSPENDERE assolutamente la terapia.

In caso di effetti avversi o particolari problematiche parlane con il tuo medico di riferimento prima di intraprendere qualsiasi iniziativa.

  • Tempo di efficacia: gli antidepressivi purtroppo non funzionano immediatamente. Esiste infatti una latenza nella risposta del proprio corpo a questo tipo di molecole e questo tempo può variare da due settimane fino ad un mese. Ciò implica che, prima di avere un beneficio dalla cura, il paziente continuerà a soffrire dei sintomi della depressione per diversi giorni durante l’assunzione della terapia. Questo evento può portare a perdita di fiducia e ulteriori sentimenti di sconforto e inguaribilità. E’ importante in questa fase avere vicino qualcuno che continui a sostenerci in questo momento di transizione.
  • Effetti collaterali: sebbene la ricerca produca farmaci sempre più tollerabili ogni farmaco possiede il suo lato oscuro, una pletora di effetti avversi che solitamente non sono invalidanti o particolarmente gravi ma, in certi casi, possono comportare una riduzione della qualità della vita e una possibile interruzione arbitraria della terapia. Ogni farmaco ha degli effetti collaterali specifici ma in generale ce ne sono alcuni comuni a molti. Questi sono: malessere generale, ansia, irritabilità, nausea, aumento dell’appetito, sonnolenza, disturbi della sfera sessuale, alterazioni di parametri cardiaci, alterazioni del metabolismo. La maggior parte di questi sono transitori e basta attendere qualche giorno perché svaniscano.
  • Efficacia della terapia: purtroppo è anche possibile che, dopo aver atteso due settimane e sopportato gli effetti collaterali connessi alla terapia, la cura non abbia gli effetti sperati. La percentuale di insuccessi è considerevole. In un articolo del National Institute of Mental Health (questo qui) vengono riportati i seguenti dati statistici. Secondo gli studi effettuati solo il 31% dei pazienti ha una remissione dei sintomi dopo due settimane dall’inizio del trattamento e, dopo 6 mesi, il 65%. Ciò vuol dire che dopo due settimane circa un paziente su tre ha benefici dalla terapia mentre gli altri due no. E dopo sei mesi di terapia comunque un paziente su tre starà sempre male. Queste percentuali sono relativamente basse se pensate che 300 milioni di persone nel mondo soffrono di depressione ogni anno. E’ possibile avere un risultato migliore se si associano più farmaci considerando però che la politerapia comporta sempre problematiche relative a maggiori eventi avversi e interazioni tra principi attivi.

Come fare allora a colmare i limiti di questi farmaci per avere il maggior beneficio possibile? Esistono delle alternative non farmacologiche per trattare la depressione?

 

Terapie alternative

Fortunatamente gli antidepressivi non sono l’unico rifugio per una mente sofferente ma esistono diverse terapie adiuvanti che, se combinate con la terapia farmacologica, possono aumentare sensibilmente le probabilità di successo e guarigione.

Queste terapie hanno pochissimi effetti collaterali e i benefici, in alcuni casi, possono perdurare per anni!!!

Ti descrivo brevemente le più importanti:

  • Terapie neuromodulatorie non invasive

Negli ultimi anni la ricerca scientifica tecnologica nell’ambito delle neuroscienze è progredita abbastanza da riuscire a produrre dispositivi capaci di influenzare l’attività cerebrale in maniera non invasiva. Il primo dispositivo sviluppato è stata la TDCS (Stimolazione transcranica a corrente diretta) che, tramite l’applicazione di una corrente continua attraverso due elettrodi poggiati sul cranio, è capace di influenzare l’attività dei neuroni in determinate aree del cervello. L’evoluzione di questo dispositivo è la TMS

(Stimolazione magnetica transcranica) che, analogamente alla TDCS, è capace di modulare il funzionamento dei circuiti neurali in maniera più precisa ed efficace.

Il principio di queste terapie si basa sulle evidenze raccolte dagli studi di neuroimaging e risonanza magnetica funzionale. Si è visto che nella depressione alcune aree cerebrali funzionano in maniera diversa rispetto ai controlli sani, sono meno attive. Cicli di 10 o 20 sedute con questi dispositivi possono ripristinare la normale fisiologia di queste aree cerebrali senza comportare alcun effetto collaterale di rilievo. Puoi trovare maggiori informazioni in questo articolo.

  • Psicoterapia

La psicoterapia è un aiuto sempre valido per il trattamento di queste patologie (ne parlo brevemente qui). E’ il primo intervento suggerito dalle linee guida internazionali e, insieme alla farmacoterapia, incrementa notevolmente la possibilità di guarigione dal disagio. La psicoterapia ha un’ulteriore vantaggio: aiuta nella prevenzione delle ricadute. Infatti avere la possibilità di approfondire, valutare o semplicemente parlare delle proprie sofferenze permette di avere una maggiore consapevolezza anche sui probabili meccanismi che hanno comportato l’insorgenza della patologia. Sulla base di questa consapevolezza si può acquisire la capacità di prevenire o almeno prevedere un possibile ulteriore evento depressivo.

  • Mindfulness

Sebbene non sia possibile definire la Mindfulness una psicoterapia, il protocollo MBCT (Mindfulness based cognitive therapy) è risultato tanto efficace nella prevenzione delle ricadute depressive quanto la terapia farmacologica!!!

Infatti questo particolare protocollo è stato approfonditamente studiato e i risultati sono chiari: chi svolge il percorso delle otto settimane e apprende le pratiche mindfulness è più consapevole delle proprie emozioni, ha una maggiore capacità di gestire i sentimenti e si ammala meno di ansia e depressione. Anche questa pratica è del tutto priva di controindicazioni ed effetti collaterali.

 

Conclusioni

Gli antidepressivi sono farmaci lontani dalla perfezione ma sono gli strumenti migliori che abbiamo a disposizione per trattare una patologia così importante e invalidante come la depressione.

Gli antidepressivi da soli hanno tanti limiti che possono essere superati solo trattando questa particolare patologia da più punti di vista.

Psicoterapia, nuove tecnologie e Mindfulness sono strumenti efficaci che possono aiutare a ridurre i rischi e aumentare le probabilità di successo della terapia.

Valuta sempre con il tuo medico la possibilità di integrare più trattamenti per migliorare il tuo disagio ed evitare le possibili ricadute.

 

Grazie per aver letto questo articolo!!!

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Grazie per la lettura e a presto,

Gabriele


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